Briefnr. 144

Malaspina an die Geheimen Räte Erzherzog Karls - (Graz, 1582 vor Februar 25)1

Band 1

Regest

Streben des Adels nach der von Gott dem Landesfürsten gegebenen Herrschaft, jedoch Unvermögen zu Regierung und Verteidigung des Vaterlandes gegen die Türken; trotz dauernder Berufung auf Gewissen und Evangelien Nichtbeachtung der darin festgelegten Pflichten gegen weltliche Obrigkeit. Gewährung der unter Ausnützung der Türkengefahr erzwungenen Religionskonzession außerhalb der dem Landesfürsten von Gott gegebenen Gewalt. Ziel des häretischen Adels Zerstörung der katholischen Religion, Entmachtung des Landesfürsten und Ergreifung der Herrschaft. Dagegen notwendige Absprache und Einigkeit zwischen Geheimen Räten, Nuntius und Prälaten auf bevorstehendem Landtag betreffs Publikation des Religionsdekretes. Hilfe Salzburgs, Mitbefassung des Kaisers und anderer Fürsten. Ernennung eines Landeshauptmannes und Aufnahme eines Prälaten in ständische Gesandtschaft zum Reichstag. Zulassung der neuen Prälaten zu Landtagssitzungen.


Archiv

Arch. Vat. Nunz. Germ. 100, f. 415r—422r, Duplikat.


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È stato in ogni tempo tenuto desiderio assai honesto quello de li popoli, che conoscendo esser necessario di havere la forma del governarsi, da qualche capo hanno operato con ogni studio che sia al superiore loro prescritta et costituita tal legge, la quale in modo le limiti la potestà, che non li sia aperta la strada a suo beneplacito di dirigere il suo imperio a la tirannide, onde si vede diverse leggi tante forme di governo et tante cautelle per assicurarsi da questo. Ma per limitata che a così eletto capo sia stata prescritta la forma del reggere, mai s’è inteso, ch’egli non habbia potuto esseguire giustitia, che non sia stato in sua libera potestà premiare li buoni, castigare li transgressori, che li sia stato vietato il promovere il benpublico, il mantenere la pace etc. Anzi essendo per tal effetto eletto, ha havuto in questo sempre pienissima et amplissima auttorità, senza impedi386mento alcuno, né privato né publico, ma bene con laude et gloria et titolo di padre de la patria.

Hora quanto questo ordine, che per conservatione del mondo è stato introdotto, et senza il quale non si può aspettare altro che una tale confusione, come ne la torre di Babel, sia pervertito et abolito nel governo di questo sermo principe, ogn’uno che sia informato et de la forma che S. A. ha sempre tenuta con li suoi sudditi piena di benignità, di pietà et di tutte le altre virtudi et conditioni, che si desiderano da sudditi nel loro principe, et quella che la nobiltà osserva con S. A. può facilmente venire in cognitione che’l principe poco li aggrava per interesse proprio, ma solo per il publico, et che mai si possono lamentare, che né contra persone publiche né contra private habbia mai ne fatto eccesso alcuno, né atto sinistro né mancato di giustitia; ma da l’altra parte si può bene non solo con argomenti, ma con l’opere istesse provare che la maggior parte de’ desiderii di lei involti al benpublico sono stati ostinatamente ributtati, et che ogni privato ardisce di perturbare l’essecutione di quelli ordini, che lei non di suo capo solo, ma col parere de’ suoi consiglieri consulta et risolve.2Onde quando ancora S. A. non fosse principe assoluto o non fosse hereditario di queste provincie con giusto titolo, ma un semplice capo di republica, si potrebbe ragionevolmente dolere di tal forma di procedere et venire in quella cognitione, ne la quale proh dolor è sforzata di venire, die la nobiltà non vadi ad altro camino, et mira se non che quella potestà, che Dio li ha dato sopra queste provincie, et il gladio per governarle sia transferita da lei in loro, il quale quando loro lo volessero occupare per il benpublico et per servitio di S. A., sarebbe, se bene attione illecita, almeno più sopportabile, o quando lo volessero accettare, da la gratiosa mano di S. A., conforme a quella forma usata da imperatori, et precipue da Traiano con li suoi servitori et officiali, il quale creando Sura 3tribuno de’ soldati et dandole il stocco conforme al costume, talem inquit ensem accipe, quem pro me ita demum strinxeris, si iuste imperavero, quod si perperam per me aliquid fieri cognoveris, eo ipso in pernitiem meam 387utaris velim. Ma non sapendo loro né commandare, né obedire, né volendo lasciarsi governare, né reggere, né con ragione, né con altro, et a le petitioni di S. A. risonando sempre quella voce ne le politiche : non potiamo non vogliamo; il che quanto sia alieno dal vero, noi che habbiamo et in voce et in scritto sentito et vedute le risposte loro ne la dieta passata 4ne potiamo fare giuditio certo, poiché, temendo loro che S. A. non volesse con aiuti esterni procedere con essi per la via regia, protestavano che si sarebbono diffesi, et che non temevano né stimavano qualsivoglia potentato essaggerando la loro potentia. Et coloro die tanto possono per resistere in cose honestissime a S. A., loro naturale signore, non hanno potenza di aiutare la patria contra il Turco, 5et ne le spirituali ripetendosi da ogn’uno: conscienza, conscienza, verbo di Dio, verbo di Dio, che altro pronostico si può fare se non che, vedendosi perturbato il stato de le cose, col quale insin’hora il mondo si è governato, che l’estrema perditione?

Certo se loro si governassero conforme al verbo di Dio et puro evangelo et conforme a la conscienza, ritrovarebbono bene che Christo S. N. non solo ha lasciato precetti che si obedischi a la potestà temporale, et che se li dia li debiti tributi, ma ch’egli stesso l’ha voluto fare, la qual dottrina è stata sempre seguita da li apostoli, come si lega in molti lochi. Et pure li principi non erano christiani, ma etnici, non mettevano li tributi contra gli inimici del verbo di Dio et del puro evangelo, non erano senza dubio così legitimi principi, come l’A. S., poiché questo sappiamo, che occupavano la Giudea patria eletta da Christo S. N. per illustrarla col suo nascimento.

Li vasalli fedeli et ben affetti al principe et a la patria sanno quello che si deve et per obedire fare et per sollevatione de la patria patire; seguitano la dottrina di Christo, il vero verbo di Dio, lasciano il principe principe, non incorporano ogni querela privata con le publiche. Legiamo clic David commise adulterio, fece un homicidio, fu publico l’eccesso, nondimeno non fu ardito alcuno né in publico né in privato di riprenderlo, non fecero una ingiuria privata publica, come qua ogni giorno si vede non già in simil caso, poiché S. A. per gratia di Dio non commette simili peccati, ma in cose honestissime et di mera giustitia è impedita dal publico, che non possa castigare li privati.

Ma questo così grande inconveniente, di sopra da noi riferito, è congionto con un altro di maggior qualità. Esso taglia le gambe, 388come si suol dire, a la potestà veramente data da Dio al principe, ma l’altro totalmente distruge et intrica la conscienza et l’istessa anima di S. A., poiché, attribuendo costoro potestà in S. A. di poterli assicurare in conscienza, cosa che a seculo non est audita, et essendosi per il passato S. A. ritrovata in passi durissimi per li romori de li Turchi, è stata ridotta a tal termine che o la doveva lasciare le provincie sue in mano di Turchi o era necessitata di condiscender a concessioni fuori de la potestà et facoltà sua. 6Io non credo che popolo christiano alcuno mai habbia, per propagare la fede di Christo, minacciato a tiranno non che a principe naturale et legitimo: „Se tu non concedi a noi l’essercitio de la nostra religione, non solo non vogliamo aiutare le provincie noi altri et te, ma lasciaremo l’adito al Turco o altri tuoi nemici, che entrino a suo piacere.“ Non si può dire, che questa sia stata la strada di ampliare la fede nostra, ma ben molto differenze, et il modo di sopra tenuto è sempre stato condannato et abhorrito. Ma oltre di questo, non si vede forse apertamente un contratto simoniaco et illecito : La religione si compra da gli heretici, la religione si vende dal principe, 7et sia a me lecito di dir questo, poiché loro lo dicono apertamente. Et se S. A. non condiscende ad ogni loro appetito, alhora protestano che verrà il Turco orire adoveva pur questa nobiltà, se bene era tale la loro intentione, almeno non la palesare in voce et in scritto. Ma o loro si persuadono che l’A. S. habbia legitima potestà di disponere circa la religione o no ; se credono che sì, perché non obediscono, quando egli fa alcuna dichiaratione in tal materia? Se credono che non l’habbia, perché ricorrono da lei facendo tanta instantia, come le loro scritture dicono, che gli assicuri in conscienza? Vogliono che S. A. habbia ogni facoltà di concedere a loro ciò che pretendono in destruttione de la religion catholica, ma se S. A. aiuta et conforta il nuntio a riformare et ridurre a l’antico splendore la disciplina ecclesiastica et regolare, 8alhora vogliono loro prescrivere la forma che si deve tenere, quali prelati si devono admettere, quali si devono escludere. Et se S. A. volesse, non dico attentare, ma accennare di voler inquirere de la vita, de’ loro settarii, non ostante che tra di loro siano di diverse sette, in quell’hora S. A. mancarebbe de la parola et metterebbe la mano ne la messe aliena. Da l’altra parte essi escludono ogni catholico dal servitio loro, et 389negli officii che provede la provincia non admettono catholico alcuno, non ostante però che gli ecclesiastici, che sono catholici, siano membri come loro, et che contribuiscono più di loro ; et questo lo fanno perché dicono che la conscienza non li detta tal cosa. Ma se S. A. accetta maestro catholico, se gli dà officio alcuno, alhora quasi che S. A. non habbia d’havere maggiormente a core la sua conscienza che loro la loro, ardiscono di lamentarsi in voce et in scritto; et se il principe facesse il medesimo con loro, non lo sopportarebbono, et hanno ridotto a tale S. A., che non può mostrare buon volto ad un catholico, senza esser sindicato da loro; almeno in questo seguitassero quel detto: patere legem quam tu ipse tuleris.

Per il che è ben facile da scoprire la loro intentione, cioè che non fanno instantia che’l principe gli assicuri in conscienza, perché si persuadano ch’egli habbia tal facoltà, ma solamente accioché dando loro a credere a li popoli9che’l pi’incipe può far questo et che lo fa, venghino a denigrare la buona fama di S. A. et a ereditare la loro asserta religione, poiché ognuno si persuade facilmente che S. A. non le concederebbe cosa alcuna, se non tenesse per buono quello che concede; dimodoché, havendo loro ridotto il principe, quanto al governo politico, in stato miserabile, vogliono hora attribuirle quello che non è suo, accioché col tempo possano transferire ancora questa potestà appresso di loro et dire: „La nostra conscienza, assicurata da te, principe, ne detta che tu et la tua famiglia col resto de la tua papistica fede muti religione, altrimente verrà il Turco, et quando non venghi, noi faremo l’officio per lui, et come hora la necessità non ha legge, così alhora la necessità non havrà legge.“ Hora si potrà dire : non sarà mai questo, et io rispondo che 20 anni sono pareva più impossibile questo che hora vediamo, et però turpe est dicere non putaram, ma che dico io 20 anni? Chi havrebbe creduto che ne la dieta passata havessero minacciato del Turco?

Per queste cause dunque et per molt’altre che le SS. VV. hanno raccolte, si è tra di loro concluso che’l stato presente di S. A. non può durare così lungamente et questa massima è stata ancora approvata et confessata da S. Mtà Ces.10et piacesse a Dio che la non fosse pur troppo vera, onde qualsivoglia che intende il stato di S. A. si commove grandemente a compassione et maraviglia, intendendo il stravagante modo di procedere de li suoi sudditi. Ma io son ben certo che le SS. VV., le quali conoscono la bontà di S. A. et che riposa sopra 390di loro, si commovono più d’ogn’altro come quelli a quali si è ascritto insin’hora, et si è per ascrivere la lode et la colpa d’ogni inconveniente, che sia nato et sia per nascere, a’ quali ancora, essendo massime loro noti a principi et potentati importantissimi, è riservata una gloria grandissima, per la quale gli antecessori nostri hanno tanto travagliato per lasciare la memoria d’essa a beneficio nostro et imortalità loro. Se per mezo, dico, del consiglio et buon parere loro un principe, imparentado con tanti potentati, di così augusta famiglia, noto per stati così grandi, insigne per tanti altri rispetti, così ben affetto verso le SS. VV. sarà sollevato col mezo loro da una servitù et miseria tanto grande, con universale beneficio di tutto ’l christianesmo, et insieme tante anime sedotte si ridurranno al grembo di quella madre, fuori de la quale, essendo così stato instituito da Christo S. N., non si può ottenere la vita eterna.

Per il ché io che nel negotiare qua ho osservato che, quando siamo nel concludere et perfettionare li negotii, alcune volte S. A. si lamenta de la disunione de’ consiglieri, altre volte li consiglieri non restano totalmente contenti di S. A. et tal hora un consiglierò ha un senso et l’altro un altro, unus sic, alius vero sic, et il principe perciò si escusa di non fare, et il nuntio resta assai confuso, non sapendo dove voltarsi, desiderarebbe al presente che, inanzi la dieta, tra noi si concludesse et si stabilisse una tale unione, contra la quale non potessero non solo gli interessi et passioni particolari, ma né le istesse porte de l’inferno prevalere, né alterare, né rompere.11Il che si farà se doppo una matura consulta si determinarà quale sia per essere l’officio del principe in questa dieta, et quello che si desidera da lui, acciò esseguischi l’officio di vero principe et ben affetto a la religione catholica in essistentia et non in apparentia; et che si formi perciò una scrittura, ne la quale egli possa vedere, come in un specchio quello che è obligato di fare. Secondariamente quale sia il debito de le SS. VV., le quali havendo pii concetti et buoni, resta che di tutti se ne faccia un solo, et che ogn’uno d’essi non voglia che’l suo prevaglia, perché il principe mai si risolverà in bene di questo modo. Ultimamente, si consulti quello che’l nuntio è tenuto di fare insieme con li prelati, acciò ancora da questa parte si possa sodisfare al debito ; et se questo si farà, oltre che la unione nostra sarà di grandissimo terrore a gli adversarii, il principe, havendo tante volte promesso di volersi governare conforme al parere de’ suoi consiglieri, quando sia 391approvato dal nuntio, non potrà subterfugere di non essequirlo. Il che tanto più facilmente si può effettuare, essendo noi d’accordo circa quello che si deve tentare, che è il principale, et inherisce a la consultatione di S. Mtà Ces. Ma perché per ragionevole et giusto che sia l’intento di S. A. in questa dieta si deve però temere che gli heretici, persuasi che tutto quello che lei attenta non sia per propria elettione, ma per stimolo d’altri, et dicendo loro questo publicamente, è necessario, per desingannarli, prepararsi molto bene ad una unione grandissima et di più tosto voler perdere la roba, la vita et il resto che declinare da quello che si tentarà. Fanno professione costoro et si gloriano di conoscere tutte le vene del principe. Dicono che non si può corucciare con loro, che non può applicare l’animo a’ negotii fastidiosi, et se pure lo fa, che con la loro ostinatione l’astraccano, et hanno l’essempio da loro mal interpretato de la dieta passata, onde, oltre che vorranno, come quelli che non temono l’ira del principe, tentare l’estremo, se a caso si cominciasse l’edifìcio et non si potesse consumare, diventarebbono così insolenti, sarebbe il principe et le SS. VV. tanto vilipese, che non potrebbe né S. A. vivere né le SS. VV. in modo alcuno servire. Però si giudica necessario che’l principe muti natura con loro et che le SS. VV. ancora si animino di procedere virilmente, et questo dico con l’ingenuità mia solita et non credo d’offender alcuno, che mai sono per condiscendere che si dia né dilatione al decreto, né si ritardi l’essecutione, né si faccia altro. Né sono in questo per allargarmi più di quello che ho fatto circa la sicurezza de la conscienza di S. A. et di Voi altri signori, se il principe et le SS. VV. faranno questo, che di sopra ho detto, nel che spero di non ritrovar difficoltà alcuna per la pietà et zelo, che conosco in loro; è necessario di determinare il tempo et l’ordine, dal quale dipende tutto l’essito de le imprese, onde si deve consultare:

Quando si ha da publicare il decreto, se in principio de la dieta o nel fine, o se dopo d’haver concluso nel temporale, overo ne l’istesso tempo proporre l’uno et l’altro.

Se il decreto subito si ha da mandare a le altre provincie per diversi rispetti, ma principalmente per obviare che non sia adulterato et estorto il senso d’esso, come si suol fare per incitare le altre provincie a risentirsi anco esse contra l’A. S.

Se è espediente, col mezo del sig. Cheluenir,12il quale se devrebbe 392chiamare, et con quello del sig. marescialle operare, che la provincia di Carintia et quella di Carniola essortassero questa provincia ad obedire, et che in caso che non lo volesse fare, che loro lo farebbeno.

Se inanzi che si publichi il decreto è bene di fornire il negotio di Hoffmam et vedere di rimovere quella pietra di scandalo.

Se si deve, inanzi la publicatione, communicare il decreto con alcuni nobili lutherani, come col sig. di Stumbergh,13col Cheluenir 14et altri, et approvandolo, come faranno, essortarli a voler disponere gli animi degli altri ad accettarlo.

Se sarebbe espediente che si chiamassero commissarii da Salisburgo, acciò aiutassero il nuntio nel contenere li prelati nel debito officio.

Se si deve ricercare la Mtà de l’imperatore et altri principi, come il duca di Sassonia, a quali si communicarà il decreto, che voglino scrivere a li provinciali confortandoli et minatoriamente monendoli ad acquetarsi a la volontà di S. A. et a la ragione istessa.

Se è espediente che S. A., dopo la publicatione, accetti da loro replica alcuna, overo la rifiuti dandole a credere che lei li ha dato l’ultima et finale risolutione.

Se al concetto del sig. Cobenzolo si ha da incorporare il negotio de la religione et se si ha da principio da proponere, overo in caso che recalcitrassero, se nel scritto sarebbe bene d’aggiongere che, mentre si determinano le differentie, che l’A. S. si vuole absentare da Gratz.

Se S. A. deve prima nominare il capitano del paese15per levare a l’Hoffmam et a li suoi seguaci l’auttorità che si usurpano.

Se è bene che si metta in consideratione a li prelati che non permettano, che a la dieta imperiale si mandino dui laici, ma che uno d’essi sia ecclesiastico; et questo si dice per diversi rispetti.16

Se conviene ancora confortarli che loro non permettano in modo alcuno, che li prelati novamente fatti siano esclusi de la sessione, se non danno lettere reversali.

Et perché ne la trattatione de li negotii non solo spirituali ma politici Dio S. N. ricerca da noi che facciamo quello che potemo humanamente, ma che però non si appoggiamo così et fidiamo ne 393la nostra scienza et forze, che non riconosciamo il tutto principalmente da S. D. Mtà. Però si deve, nel perfettionare il negotio, far fondamento grande che la causa che habbiamo per le mani è di servitio suo, et che perciò debbiamo mettersi a qualche rischio, quale io però non scopro per togliere il pericolo presente con incertezza di incorrere in altro, anzi con speranza certa di levarsi dal presente et futuro.

Per il ché prego le SS. VV., per le viscere di Christo, che nel consigliare S. A. habbino alcuna consideratione, che lei si appoggia et seguita più volentieri il voto di quelli che persuadeno, che si proceda con una sicurezza inaudita, et solo hanno manzi gli occhi il rispetto mondano.

Però le SS. VV. devono et possono andare con molta circonspettione nel consigliare, et più al sicuro che si può, ma non in modo che essendo gl’essiti de le cose incerti, voglino inanzi d’esso esser sicuri, ma solo le deve bastare di dirigere li negotii prudentemente et virilmente, et persuadersi che governandosi il tutto non a caso, ma da la santissima providentia di Dio, che sia per dare l’incremento che et il servitio di S. D. Mtà et la giustitia de la causa et la bontà di questo sì buon principe espostulano quasi per giustitia da la giustitia divina. Chi dubitasse di questo sermo principe, che non fosse ben affetto come qualsivoglia altro verso la religione catholica et non desiderasse di veder espurgate le sue provincie da ogni heresia, havria un senso poco christiano et alieno da la verità. Ma solo per essere il negotio di tanta importanza et ridotto a così stretto passo, pare che sia lecito vivere con qualche gelosia, che la natura benigna di S. A. si possa alterare in forma tale, che in se stessa sia mutata, et da gli altri creduto che sia così.


Fußnoten

  • 1 Das Datum ergibt sich aus Nr. 145, Anm. 1. Falls die in Nr. 145, Anm. 2 erwähnte eventuelle Zuschreibung stimmt, wäre unter Berücksichtigung von Nr. 136 (letzter Absatz) als Datum die Zeit nach dem 16. und vor dem 31. Jänner 1582 möglich. 
  • 2 Die der Augsburger Konfession zugetanen Herren und Ritter haben nicht als Privatpersonen, sondern als Landstände die Exekution des Religionsdekretes vom 10. Dezember 1580 verhindert (z. B. Loserth, FRA II/50, S. 189, 198, 201, 209 und 210 f.). 
  • 3 L. Licinius Sura war ein Freund und Landsmann Trajans (98—117) und kann nicht gut von diesem zum Tribun befördert worden sein, da er 102 bereits Konsul war. 
  • 4 Wahrscheinlich ist der Landtag von 1580/81 gemeint (Loserth, Reformation und Gegenreformation, S. 320 ff.). 
  • 5 Vgl. Nr. 72, Anm. 3. 
  • 6 Vgl. Nr. 68, S. 190. 
  • 7 Vgl. Nr. 14, Anm. 3 und 4. 
  • a Lesung unsicher. 
  • 8 Vgl. Nr. 107. 
  • 9 Vgl. Nr. 132. 
  • 10 Siehe Nr. 136, S. 368 f. 
  • 11 Vgl. Nr. 123, S. 336. 
  • 12 Georg Khevenhüller, Landeshauptmann von Kärnten 1580—1587 (Czerwenka. Die Khevenhüller, S. 48 ff.). 
  • 13 Wolf von Stubenberg, 1575—1590 Oberstkämmerer (Thiel, Zentralverwaltung, S. 204). 
  • 14 Siehe oben Anm. 12. 
  • 15 Siehe Nr. 72, Anm. 6. 
  • 16 Siehe Nr. 141, Anm. 6.